sabato 26 gennaio 2013



IL “CREDO” DI S. IGNAZIO DI ANTIOCHIA  ( II sec.)


 Riportiamo il testo del “Credo” di S. Ignazio di Antiochia pubblicato da “La Civiltà Cattolica” del 17 /07/2010 pag 157-164 a firma di Enrico Cattaneo S.J. che costituisce un' importantissima e gioiosa testimonianza sullla fede delle comunità  dei tempi apostolici. Essa presenta una sorprendente completezza sui contenuti ( o "articoli di fede" come diciamo noi) quale risulta dall'insieme delle affermazioni -  accostate l'una all'altra come si può leggere nel testo che segue - desunte dagli scritti del vescovo Ignazio.  Sono giunte a noi attraverso le sue Lettere alle chiese cui si rivolge durante il suo viaggio, da prigioniero, verso Roma, dove lo atttendeva il martirio, da lui ardentemente desiderato. Le Lettere sono indirizzate agli Efesini, alla chiesa di Magnesia, di Tralli, di Filadelfia, di Smirne, al  vescovo Policarpo e ai Romani ( vedi i riferimenti nelle note a piè pagina che giovano a collocarle del contesto)

Siamo all'inizio del II secolo!  Il «credo» di Ignazio, contiene notizie ed elementi preziosi per la conoscenza della vita delle comunità dei primi tempi della chiesa dai quale traspare i contenuti della catechesi ed il riferimento necessario al rito dei battesimo in occasione del quale, come si sa, era richiesta al catecumeno la condivisione della fede della chiesa manifestata con la pubblica professione davanti al vescovo e alla comunità.

Credo in un solo Dio11
Padre Altissimo,12, della stirpe di Davide 26nato dalla Vergine Maria 27 per opera dello Spirito Santo 28,  e battezzato da Giovanni 29. A causa dei nostri peccati,per noi e per la nostra salvezza 30 patì sotto Ponzio Pilato e il tetrarca Erode 31, fu crocifisso e morì 32; discese agli inferi 33, risuscitò dai morti 34,
creatore di tutte le cose,
visibili e invisibili 
13. 

E in Gesù Cristo 
14, suo unico Figlio 15, Signore nostro 16, Dio nostro 17 e nostro Salvatore 18, nostro unico Maestro 19, nostro Sommo Sacerdote 20, nostra vera vita inseparabile,
nostra eterna vita 
21 e nostra comune speranza 22. Prima dei secoli era presso il Padre;
procede dall'unico Padre, 
parola uscita dal silenzio, e alla fine dei tempi si è manifestato 23. Al di sopra del tempo, atemporale, invisibile, impalpabile, impassibile,
per noi si 
è fatto visibile e passibile 24; uomo nuovo, uomo perfetto 25, 
risvegliato dal Padre suo 35,proclamando così  l'abolizione della morte
e il compimento della risurrezione 
36. C'è dunque un solo medico,
carnale e spirituale,
creato e increato,nella carne, Dio,nella morte, vita vera,da Maria e da Dio,prima passibile e poi impassibile 37.
Credo nello Spirito Santo 
38, che è da Dio 39,e ha parlato e parla per mezzo dei profeti 40. 
Credo la Chiesa di Dio
 
41,una 42, santa 43, cattolica 44 e apostolica 45, portatrice dello Spirito Santo 46,unico corpo di Cristo 47,preso tra i giudei e i gentili 48, piantagione del Padre 49.
Professo che l
'Eucaristia
è la carne del Signore nostro Gesù Cristo e il calice del suo sangue 50.Cristo è la porta del Padre,per la quale entrano Abramo, Isacco, Giacobbe, i profeti, gli apostoli e la Chiesa 51.
Aspetto il Signore Gesù Cristo
 
52,che ha predisposto il fuoco inestinguibile per i corruttori 53;la risurrezione dai morti, l'immortalità e la vita eterna per i santi e fedeli suoi54,

Note di riferimento

12 Il titolo di «Padre», con o senza «Dio», è spesso usato da Ignazio (lEf sal; Mg sal; 7,2 ecc.), «Padre Altissimo» (lRm sal) non si trova nel Nuovo Testamento, che conosce «Dio l'Altissimo» (Me 5,7; Le 8,28; At 16,17; Eb 7,1) o semplicemente«l'Altissimo» (Le 1,32.35.76; 6,35). E assente in Paolo.
13 lRm sal (letteralmente, «che ha voluto tutte le cose»); Tr 5,2; Mg 3,2.
14 «Gesù Cristo» ritorna quasi a ogni riga dell'epistolario ignaziano. In lEf 18,2 Christos è accompagnato dall'articolo: «Gesù, il Cristo, nostro Dio».
15 Mg 8,2; lRm sal; Sm 1,1.
16 Ef7,2. Gesù Cristo molto spesso è designato assolutamente come «il Signore», il che rispecchia un uso liturgico.
17 La designazione di Cristo come «Dio» è abituale in Ignazio (cfr lEf sal; Rm sal; 3,3, ecc.), ma ciò non mette in causa il suo monoteismo (cfr nota 11). 18 lEf 1,1; Mg sal.
19lEf 15,1; Mg 9,1.
20 Ftlad 9,1.
21 lEf3,2; 7,2; 11,1; 19,3; Mg 1,2; Sm 4,1. 22 lEf21,2; Mg 11; Tr sal; 2,2; FtladIl,2.
23 Mg 6,1; Mg 7,2; Mg 8,2? Cfr lRm 8,2; Mg 6,1.
24 PoI 3,2.                                                                                   
25 lEf20,1; Sm 4,2.
26 lEf18,2 (cfr Rm 1,3); lEf20,2; Tr 9,1; lRm 7,3; Sm 1,1. Questa menzione non si troverà più in nessun simbolo di fede.
27 lEf7,2; 18,2; 19,1; Tr 9,1; Sm l,l.
28 lEf18,2. 29 lEf18,2; Sm 1,1. Anche questa menzione non si troverà più in nessun simbolo di fede. 30 Sm 2; 7,1. La formula «per i nostri peccati» è tradizionale: cfr ICor 15,3; Gai 1,4. Essa deriva certamente da ls 53,6, già letto così da Clemente Romano (cfr l.Clem. 16,7). 31j.,e tre menzioni che Ignazio fa di Ponzio Pilatosono molto interessanti. In Mg II si legge che la morte e la nsurrezione di Gesù sono avvenute «nel tempo del governatorato (hegemonias) di Ponzio Pilato»; ora è soltanto il Vangelo di Matteo che chiama Pilato «governatore» ibegemiin) (Mt 27,2 ecc.). In Tr 9,1 si dice che Gesù Cristo «veramente fu perseguitato sotto Ponzio Pilato», forse con allusione alle persecuzioni subite dai profeti da parte delle autoritàreligiose ebraiche. In Sm 1,2 si dice che Gesù Cristo «veramente sotto Ponzio Pilato e il tetrarca Erode fu inchiodato per noi nella carne». Ora Pilato ed Erode sono menzionati insieme, nel contesto della condanna di Gesù, soltanto inLe 23,12 e At 4,27. Nelle lettere del Nuovo Testamento solamente ITm 6,13 menziona Ponzio Pilato, sotto cui Gesù «ha testimoniato la bella professio-ne». La menzione di Pilato indica «che il tempo della crocifissione può essere datato» (V. CORWIN, St. lgnatius and Christianity in Antioeh, New Haven, Yale University Press, 1960,97). Per un esame critico delle fonti su Ponzio Pilato, cfr H. K. BOND, Ponzio Pilato. Storia e interpretazione, a cura di G. FIRPO,Brescia, Paideia, 2008. 32 lEf 16,2; Tr 2,1; 9,1; lRm 6,1. Ignazio menziona sei volte la croce istaurosi, unico con Barnaba tra i Padri Apostolici (cfr H. KRAFr, Clavis Patrum Apostolieorum, Darmstadt, Wissensch. Buchgesellschaft, 1963,404). 33 Cfr Mg 9,2: «I profeti, essendo suoi discepoli in spirito, attendevano Lui come maestro. E per questo, Colui che essi giustamente aspettavano, andando da loro li risuscitò dai morti». Qui è implicita la credenza nella discesa di Cristo presso la dimora dei morti (inferi), per liberare le anime dei giusti (cfr J. J. AyAN, Ignacio de Antioquia ... , cit., 135, nota 21). Secondo Mt 27,52 alla morte di Gesù «i sepolcri si aprirono e molti corpi di santi, che erano morti,risuscitarono». La risurrezione dei morti è una credenza giudaica, e la discesa di Cristo agli inferi è una dottrina tipicamente giudeo-cristiana, sviluppatasi soprattutto in area siriaca (cfr J. DANIÉLOU, La teologia delgiudeo-eristianesimo, cit., 325-345; G. ANCONA, «La "discesa agli inferi" di Gesù Cristo. Note patristiche», in Rivista di scienze religiose 8 [1994] 295-311). La seconda parte del Vangelo di Nicodemo fa una lunga descrizione delladiscesa di Gesù agli inferi, che comporta una vera risurrezione dei giusti (patriarchi e profeti). Di questa parte esistono recensioni greche e latine, che possono aver utilizzato uno scritto primitivo del I-Il secolo (cfr L. MoRALDI, Apocrifidel Nuovo Testamento, voI. I: Vangeli, Casale Monferrato [Al] Piemme, 1994,604-605; 690-723). 34 lEf 20,1; Tr 9,2, ecc. La risurrezione di Cristo è continuamente menzionata da Ignazio. 35 Tr 9,2; Sm 7,1. In Ignazio troviamo entrambe le affermazioni, che Cristo è risuscitato e che è stato risuscitato dal Padre. 36 Cfr lEf19,3; Sm 7,2. 37 Da «un solo medico» fino a «impassibile» è il famoso passo di lEf7,2, di carattere innico. Pensiamo che l'interpretazione più coerente con tutto il pensiero ignaziano sia quella di J. J. Ayan: «li mistero di Gesù Cristo non si esauriscenell' affermazione del Figlio preesistente fatto carne, ma culmina con l'affermazione di una carne che arriva ad essere Dio» (<<Ignazio di Antiochia», cito [nota 6], 716). 38 lEf9,1 (il passo è trinitario); Filad sal. 39 Fllad 7,1. 40 Cfr Mg 8,1: i profeti furono «ispirati dalla grazia» di Cristo. Filad 7,2: «Fu lo Spirito ad annunciare queste cose, dicendo ... ». Abbiamo qui un esempio di profezia ecclesiale: cfr E. CATTANEO, «Figure di vescovi-profeti nel Ilsecolo», in A. CARFORA - E. CATTANEO (eds), Profeti e profezia. Figure profeticbe nel cristianesimo del II secolo, Trapani, Il Pozzo di Giacobbe, 2007,176-178. 41 Tr 2,3 (al plurale). 42 lEf sal; Filad 3,2 ecc. L'unità della Chiesa è uno dei temi preferiti da Ignazio. 43 Tr sal. 44 Sm 8,2. Questo attributo (katholike), assente dal Nuovo Testamento, è un bapax nei Padri Apostolici. Notiamo il contesto: «Dove c'è Gesù Cristo, lì c'è la Chiesa cattolica». Katholikos significa «universale», ma il criteriodell'universalità è dato da Cristo, Dio e uomo, carne e spirito, non da parametri spaziali. Sembra che Ignazio prolunghi il pensiero di Paolo, quando questi aveva affermato che soltanto dove c'è Cristo lì c'è la vera discendenza diAbramo, quindi il vero Israele (cfr GaI3,29). 45 Cfr lEfl1,2; Mg 13,1; Tr sal; 12,1; Filad 5,1. 46Smsal: si ricava dal termine bagioforos (= portatore del santo [Spiritoj). 47Sm1,2. Cfr lEf 4,2; Tr Il,2. 48Sm1,2. Questa affermazione è molto importante, perché rispecchia un tempo in cui i «giudei credenti in Gesù» erano normalmente accettati come parte della Chiesa. Cfr Paolo, Ef 2,16: « ... tutti e due in un solo corpo».Quarant'anni più tardi Giustino dirà che, secondo le profezie, «i credenti [in Cristo] verranno soprattutto dai gentili» (lApol.31,7: Ch. Munier, SCh 507, 212). Preferiscono tradurre il termine etbnè con «gentili» piuttosto che «pagani»,avendo quest'ultimo una connotazione religiosa negativa. 49 Tr 11,1; FIl3 ,1. 50 L'Eucaristia per Ignazio rientra nella professione di fede (Sm 7,1: « ... perché non professano çhe l'Eucaristia è la carne del salvatorenostro Gesù Cristo») ed è uno dei pilastri della sua ecclesiologia: Filad 4: «Abbiate cura di usaredi una sola Eucaristia: una infatti è la carne del Signore nostro Gesù Cristo, e uno è il calice che ci unisce al suo sangue, uno l'altare, come uno è il vescovo, assieme al presbiterio e ai diaconi». 51 Filad 9,1. Per Ignazio ~n unico piano di salvezza, che parte da Abramo e arriva alla Chiesa, il tutto attraverso Cristo.52 Cfr lRm 10,2; Poi 3,2. 53 lEf16,2. 54 Tr 9,2; lEfl1,1; 18,1; PoI2,3.

http://www.spiritualitaeimpegno.sitiwebs.com/page5.php

venerdì 21 dicembre 2012


INVOCAZIONE DEL DIVINO AIUTO

Nel cominciare il lavoro e le azioni di maggior rilievo:

Actiones nostras, quaésumus, Domine, aspirando praéveni, et adiuvando proséquere, ut cuncta nostra oratio et operatio a te semper incipiat, et per te coepta finiatur. Per Christum Dòminum nostrum, Amen. Ave Maria, etc.

Indulgenza di 300 giorni.

Ovvero, Più semplicemente:

Signore, vi offro questo lavoro, dategli la vostra santa benedizione.

Ringraziamento al termine delle azioni:

Àgimus tibi gratias, omnipotens Deus, pro univérsis beneficiis tuìs: qui vivis et regnas in saécula saeculòrum. Amen. Ave Maria, etc.

Indulgenza di 300 giorni.

venerdì 30 novembre 2012

IL “CASO VALTORTA” TRA CONSENSI E CONDANNE. COME ORIENTARSI?

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IL “CASO VALTORTA” TRA CONSENSI E CONDANNE. COME ORIENTARSI?
di P. Serafino M. Lanzetta, FI



Ancora oggi Maria Valtorta (1897-1961) e la sua Opera letteraria sono oggetto di posizioni contrastanti: di dubbi e prevenzioni accanto a notevoli interessamenti, quando non a veri e propri vagheggiamenti. Vi sono pro e contro. Al punto che l’editore dell’Isola del Liri, E. Pisani, ha voluto curare un volume in questo senso, riportando i giudizi negativi, di cui dà un’interpretazione e i pareri favorevoli.
In quest’intervento mi concentro solo sull’opera principale di M. Valtorta, che in un primo tempo prese nome di Poema dell’Uomo-Dio, oggi invece ha un titolo definitivo, L’Evangelo come mi è stato rivelato. Non ho nessuna pretesa di dare un verdetto, ma solo di trovare un “filo rosso” in questa lunga e intrecciata vicenda, soprattutto allo scopo di orientare al meglio il lettore cattolico.
Quest’Opera si compone di 10 volumi e si presenta come un “completamento” dei Vangeli, per le numerose e dettagliate descrizioni di luoghi, persone, costumi, particolari anche sottilissimi, dell’epoca di Gesù. Soprattutto è messa in forte rilievo la figura di Giuda e il comportamento del Signore nei suoi confronti: un mistero che si ripete sovente e che rappresenta la ferita più acuta del Cuore di Cristo. Valtorta presenta la sua Opera nata da visioni o dettature soprannaturali. Si fa largo uso di allocuzioni del tipo: «Dice Gesù», mentre la scrittrice è definita «piccolo Giovanni», ovvero discepola prediletta. Svariate volte accade a livello letterario – questo è il rischio principale nel lettore – di porre quest’Opera, come divinamente dettata o ispirata, in contiguità con i Vangeli canonici, quasi come un quinto Vangelo. L’Opera non può in nessun modo essere contigua ai Vangeli nel senso che li completi quanto al contenuto o alla forma. Scartando subito l’ipotesi, come erronea, di un’opera che si situi sullo stesso livello della Rivelazione pubblica (quella fatta da Cristo agli Apostoli finché erano in vita e contenuta nella S. Scrittura e nella Tradizione orale), resta da chiarire se effettivamente si tratta di rivelazioni soprannaturali e perciò di parole uscite direttamente dalla bocca del Signore oppure di un’opera letteraria dell’autrice, con tratti di elevata mistica e spiritualità.
Alla fine del 10° volume si riportano le sette ragione (tutte eccellenti) per le quali è stata scritta l’Opera. Si risponde alle possibili obiezioni, una di queste, propria la possibilità di vederla come un’aggiunta alla Rivelazione. Si dice giustamente «che non fu con quest’opera fatta aggiunta alla Rivelazione, ma ricolmate le lacune che si erano prodotte per cause naturali e voleri soprannaturali». Ricolmare le lacune, ancora una volta, si deve situare non sul piano pubblico dei Vangeli ma su quello del contributo privato, che quindi non impegna in nessun caso la fede teologale. Subito dopo, però, verso la fine del commiato all’Opera, si aggiunge un elemento che lascia pensierosi. È Gesù che si rivolge a Valtorta e le dice: «Giovanni scrisse quelle parole, come te scrivesti tutte quelle riportate nell’Opera, sotto dettatura dello Spirito di Dio. Non vi è nulla da aggiungere o togliere, come non vi fu nulla da aggiungere o togliere alla orazione del Padre nostroe alla mia preghiera dopo l’Ultima Cena». Mentre rimane, così dicendo, ancora in bilico la chiara distinzione tra Vangeli e Opera valtortiana, sorprende l’accento sulla dettatura per i Vangeli canonici. Non si tratta di dettatura ma di ispirazione, che è radicalmente diverso.
Come dicevo, ci sono e ci sono stati pro e contro. Tra i responsi favorevoli all’Opera di Valtorta troviamo un giudizio molto equo di Mons. Ugo Lattanzi, professore alla Lateranense e perito al Vaticano II, il quale dice:
«Secondo il mio modesto parere, i volumi, sfrondati di alcune esuberanti descrizioni, purgati e potati delle scene che ho detto (scene che a suo giudizio lasciavano perplessi), e corretti nelle espressioni “insolite”, potrebbero essere pubblicati come “Vita romanzata di Gesù”, naturalmente senza allusioni a presunte rivelazioni non dimostrate».
Il Card. Siri, richiestogli di comporre una prefazione al testo, di dare cioè una sorta di imprimatur al primo volume, in data 6 marzo 1956, risponde dicendo di aver avuto «un’impressione eccellente» dal testo, e faceva un’osservazione interessante: «la gente parla con una andatura letteraria del nostro tempo, non di quel tempo». Comunque non si sentì di fare una prefazione, dal momento che l’Opera era stata avocata a sé dalla Suprema Congregazione del S. Uffizio.
Non fu possibile ottenere l’imprimatur all’Opera. Così il S. Uffizio, con decreto del 16 dicembre 1959, la condannava inserendola nell’Indice dei Libri proibiti. Le motivazioni erano essenzialmente due: non vi era l’imprimatur nella stampa anonima dei quattro volumi e si trattava di una «lunga, prolissa vita romanzata di Gesù». con Paolo VI sarà abolito l’Indice, tuttavia il tenore della condanna conserverà il suo peso morale.
Accanto a ciò però è da notare un interessamento straordinario all’Opera valtortiana da parte di due illustri persone: il b. Gabriele Allegra, O.F.M. e il p. Gabriele M. Roschini, O.S.M. Il p. Allegra, grande biblista e traduttore della Bibbia in cinese, ne consigliava la lettura e vi vedeva altresì uno strumento prezioso sia a livello scientifico che spirituale. Il p. Roschini, invece, all’inizio della sua opera mariologica, La Madonna negli scritti di Maria Valtorta (1973), confessa che dopo mezzo secolo di ricerca, di studi e d’insegnamento sulla Madonna, mai prima d’ora aveva incontrato un vero capolavoro: un’idea così chiara, così viva, così completa del Capolavoro di Dio, la Vergine Maria. Roschini presenta la Valtorta come una delle più grandi mistiche contemporanee.
Il giudizio ecclesiastico sull’Opera valtortiana, dopo la dura sentenza dell’Indice, in realtà non è cambiato sostanzialmente. Nel 1985, l’allora Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, il Card. Ratzinger, scrive al Card. Siri di Genova. La lettera era stata sollecitata dal p. Giuseppe Losacco, O.F.M. capp., residente nella diocesi genovese, che si era rivolto alla CDF per chiedere chiarificazioni in merito agli scritti di Maria Valtorta. Il Card. Ratzinger conferma che la messa all’Indice dell’Opera valtortiana conserva «tutto il suo valore morale» e aggiunge che «non si ritiene opportuna la diffusione e raccomandazione di un’Opera la cui condanna non fu presa alla leggera ma dopo ponderate motivazioni al fine di neutralizzare i danni che tale pubblicazione può arrecare ai fedeli più sprovveduti». Gli interpreti della lettera leggeranno il lemma “sprovveduti” in senso restrittivo, così da favorire invece la conoscenza dell’Opera a quelli provveduti. Chi sarebbe veramente sprovveduto?
Ad ogni modo, la cautela verteva sulla possibilità di confondere il racconto della Valtorta con i Vangeli. Infatti, a tal proposito è da rilevare un altro intervento, questa volta della Conferenza Episcopale Italiana, ad opera dell’allora Segretario Mons. Tettamanzi. Così scriveva Tettamanzi all’editore dell’Opera valtortiana:
«Proprio per il vero bene dei lettori e nello spirito di un autentico servizio alla fede della Chiesa, sono a chiederLe che, in un’eventuale ristampa dei volumi, si dica con chiarezza fin dalle prime pagine che le “visioni” e i “dettati” in essi riferiti non possono essere ritenuti di origine soprannaturale, ma devono essere considerati semplicemente forme letterarie di cui si è servita l’Autrice per narrare, a suo modo, la vita di Gesù».
Il punto delicato del “caso Valtorta” è e rimane proprio questo: si tratta di visioni e dettature soprannaturali oppure è un’opera umana sebbene spiritualmente elevata? Ogni giudizio personale non può che allinearsi alla chiarezza delle parole dell’allora Mons. Tettamanzi. Il contrario, infatti, non consta. Non si può dire che si tratta di rivelazioni soprannaturali, aventi per origine immediata Gesù Cristo o la SS. Vergine: non lo si può escludere in linea di principio (almeno in modo mediato, in ragione della vita santa dell’autrice e di eventuali carismi mistici), ma in nessun caso si può affermarlo categoricamente e per ogni pagina che compone i dieci volumi. Ci sono elementi che fanno pensare a un’opera di altissimo valore letterario e di grande aiuto spirituale per tanti (non per tutti, ma per coloro che ne traggono beneficio spirituale); ma di qui concludere sulla sua certa origine soprannaturale è scorretto, fino a quando la competente autorità ecclesiastica non l’abbia espressamente manifestato.
In altre parole, non si può leggere la Valtorta pensando di ascoltare allo stato puro le parole di Gesù Cristo o della Madonna. Sono interpretazioni dell’autrice, alla quale non mancava una dovizia narrativa e una grande capacità di scrittura. Basti ricordare che scrisse, prima dei fenomeni mistici del Poema, su ordine del suo direttore spirituale, il p. Migliorini, in meno di due mesi sette quaderni di suo pugno, dando prova di un grande talento di scrittrice.
Di più, non si può invocare come veridicità soprannaturale dell’Opera le tantissime e precise indicazioni geografiche, topografiche, storiche, di usi e tradizioni dell’epoca, contro una cultura pressoché elementare della scrittrice e la non consultazione di fonti o di materiale scritturistico a livello scientifico. Questi elementi, che sono presenti, depongono piuttosto a favore di un’opera esimia sotto molti punti di vista, ma non sono per sé prova dell’ispirazione soprannaturale del Signore. Infatti, se si usasse solo questo metro, sullo stesso piatto della bilancia andrebbero messe anche quelle pagine che risentono di ridondanze, di sentimenti eccessivi, di descrizioni prolisse – a mio personalissimo giudizio, anche alcuni passaggi in cui poco c’è di teologico – che molto si distanziano dalla sobrietà dei Vangeli e che invece sono indice di un pensiero tutto femminile e contemporaneo alla scrivente.
Il giudizio più lungimirante a tal proposito rimane quello di S. Pio da Pietrelcina, riportatomi da alcuni suoi figli spirituali. P. Pio diceva grossomodo così: «Leggi, se ti fa del bene». Anche Pio XII aveva detto qualcosa di simile, quando, molto prima che scoppiasse la bufera con il S. Uffizio, disapprovò una prefazione che parlava di fenomeno soprannaturale ma disse di pubblicare l’opera così com’era. Chi leggeva avrebbe capito. Così si evitano due estremi dannosi per la vita cristiana: un esaltante fanatismo, o una presa di posizione aprioristica e pregiudizievole.

sabato 27 ottobre 2012

Cum ex apostolatus officio


Cum ex apostolatus officio

Paolo, Vescovo, Servo dei servi di Dio, Ad perpetuam rei memoriam.

Impedire il Magistero dell’errore

Poiché, a causa della carica d’Apostolato affidataci da Dio, benché con meriti non condicevoli, incombe su di noi il dovere d’avere cura generale del gregge del Signore, e siccome per questo motivo, siamo tenuti a vigilare assiduamente per la custodia fedele e per la sua salvifica direzione e diligentemente provvedere come vigilante Pastore, a che siano respinti dall’ovile di Cristo coloro i quali, in questi nostri tempi, indottivi dai loro peccati, poggiandosi oltre il lecito nella propria prudenza, insorgono contro la disciplina della vera ortodossia e pervertendo il modo di comprendere le Sacre Scritture, per mezzo di fittizie invenzioni, tentano di scindere l’unità della Chiesa Cattolica e la tunicainconsutile del Signore, ed affinché non possano continuare nel magistero dell’errore coloro che hanno sdegnato di essere discepoli della verità.

1 - Finalità della Costituzione:

Allontanare i lupi dal gregge di Cristo.
Noi, riteniamo che una siffatta materia sia talmente grave e pericolosa che lo stesso Romano Pontefice, il quale agisce in terra quale Vicario di Dio e di Nostro Signore Gesù Cristo ed ha avuto piena potestà su tutti i popoli ed i regni, e tutti giudica senza che da nessuno possa essere giudicato, qualora sia riconosciuto deviato dalla fede possa essere redarguito, e che quanto maggiore è il pericolo, tanto più diligentemente ed in modo completo si deve provvedere, con lo scopo d’impedire che dei falsi profeti o altre persone investite di giurisdizione secolare possano miserevolmente irretire le anime semplici e trascinare con sé alla perdizione ed alla morte eterna innumerevoli popoli, affidati alle loro cure e governo per le necessità spirituali o temporali; né accada in alcun tempo di vedere nel luogo santo l’abominio della desolazione predetta dal Profeta Daniele, desiderosi come siamo, per quanto ci è possibile con l’aiuto di Dio e come c’impone il nostro dovere di Pastore, di catturare le volpi indaffarate a distruggere la vigna del Signore e di tener lontani i lupi dagli ovili, per non apparire come cani muti che non hanno voglia di abbaiare, per non subire la condanna dei cattivi agricoltori o essere assimilati al mercenario.

2 - Approvazione e rinnovo delle pene precedenti contro gli eretici.

Dopo approfondito esame di tale questione con i nostri venerabili fratelli i Cardinali di Santa Romana Chiesa, con il loro parere ed unanime consenso, Noi, con Apostolica autorità, approviamo e rinnoviamo tutte e ciascuna, le sentenze, censure e pene di scomunica, sospensione, interdizione e privazione, in qualsiasi modo proferite e promulgate contro gli eretici e gli scismatici da qualsiasi dei Romani Pontefici, nostri predecessori o esistenti in nome loro, comprese le loro lettere non collezionate, ovvero dai sacri concili ricevute dalla Chiesa di Dio, o dai decreti dei Santi Padri, o dei sacri canoni, o dalle Costituzioni ed Ordinamenti Apostolici, e vogliamo e decretiamo che essi siano in perpetuo osservati e che si torni alla loro vigente osservanza ove essa sia per caso in disuso, ma doveva essere vigenti; inoltre che incorrano nelle predette sentenze, censure e pene tutti coloro che siano stati, fino ad ora, sorpresi sul fatto o abbiano confessato o siano stati convinti o di aver deviato dalla fede, o di essere caduti in qualche eresia, od incorsi in uno scisma, per averli promossi o commessi, di qualunque stato, grado, ordine, condizione e preminenza essi godano, anche se episcopale, arciepiscopale, primaziale o di altra maggiore dignità quale l’onore del cardinalato o l’incarico della legazione della Sede Apostolica in qualsiasi luogo, sia perpetua che temporanea; quanto che risplenda con l’autorità e l’eccellenza mondana quale la comitale, la baronale, la marchionale, la ducale, la regia o imperiale.

3 - Sulle pene da imporre alla gerarchia deviata dalla fede.

Legge e definizione dottrinale: privazione «ipso facto» delle cariche ecclesiastiche.
Considerando non di meno che coloro i quali non si astengono dal male per amore della virtù, meritano di essere distolti per timore delle pene e che i vescovi, arcivescovi, patriarchi, primati, cardinali, legati, conti, baroni, marchesi, duchi, re ed imperatori, i quali debbono istruire gli altri e dare loro il buon esempio per conservarli nella fede cattolica, prevaricando peccano più gravemente degli altri in quanto dannano non solo se stessi, ma trascinano con se alla perdizione nell’abisso della morte altri innumerevoli popoli affidati alla loro cura o governo, o in altro modo a loro sottomessi; Noi, su simile avviso ed assenso (dei cardinali) con questa nostra Costituzione valida in perpetuo, in odio a così grave crimine, in rapporto al quale nessun altro può essere più grave e pernicioso nella Chiesa di Dio, nella pienezza della Apostolica potestà, sanzioniamo, stabiliamo, decretiamo e definiamo, che permangano nella loro forza ed efficacia le predette sentenze, censure e pene e producano i loro effetti, per tutti e ciascuno dei vescovi, arcivescovi, patriarchi, primati, cardinali, legati, conti, baroni, marchesi, duchi, re ed imperatori i quali, come prima è stato stabilito fino ad oggi, siano stati colti sul fatto, o abbiano confessato o ne siano stati convinti per aver deviato dalla fede o siano caduti in eresia o siano incorsi in uno scisma per averlo promosso o commesso, oppure quelli che nel futuro, siano colti sul fatto per aver deviato dalla fede o per esser caduti in eresia o incorsi in uno scisma, per averlo suscitato o commesso, tanto se lo confesseranno come se ne saranno stati convinti, poiché tali crimini li rendono piùinescusabili degli altri, oltre le sentenze, censure e pene suddette, essi siano anche, per il fatto stesso e senza bisogno di alcuna altra procedura di diritto o di fatto, interamente e totalmente privati in perpetuo dei loro Ordini, delle loro chiese cattedrali, anche metropolitane, patriarcali e primaziali, della loro dignità cardinalizia e di ogni incarico di Legato, come pure di ogni voce attiva e passiva e di ogni autorità, nonché‚ di monasteri, benefici ed uffici ecclesiastici con o senza cura di anime, siano essi secolari o regolari di qualunque ordine che avessero ottenuto per qualsiasi concessione o dispensa Apostolica, o altre come titolari, commendatari, amministratori od in qualunque altra maniera e nei quali beneficiassero di qualche diritto, benché‚ saranno parimenti privati di tutti i frutti, rendite e proventi annuali a loro riservati ed assegnati, anche contee, baronie, marchesati, ducati, regni ed imperi; inoltre, tutti costoro saranno considerati come inabili ed incapaci a tali funzioni come dei relapsi e dei sovversivi in tutto e per tutto, per cui, anche se prima abiurassero in pubblico giudizio tali eresie, mai ed in nessun momento potranno essere restituiti, rimessi, reintegrati e riabilitati nel loro primitivo stato nelle chiese cattedrali, metropolitane, patriarcali e primaziali o nella dignità del Cardinalato od in qualsiasi altra dignità maggiore o minore, nella loro voce attiva o passiva, nella loro autorità, nei loro monasteri e benefici ossia nella loro contea, baronia, marchesato, ducato, regno ed impero; al contrario, siano abbandonati all’arbitrio del potere secolare che rivendichi il diritto di punirli, a meno che mostrando i segni di un vero pentimento ed i frutti di una dovuta penitenza, per la benignità e la clemenza della stessa Sede, non siano relegati in qualche monastero od altro luogo soggetto a regola per darsi a perpetua penitenza con il pane del dolore e l’acqua dell’afflizione.
Essi saranno considerati come tali da tutti, di qualunque stato, grado, condizione e preminenza siano e di qualunque dignità anche episcopale, arciepiscopale, patriarcale,primaziale o altra maggiore ecclesiastica anche cardinalizia, ovvero che siano rivestiti di qualsiasi autorità ed eccellenza secolare, come la comitale, la baronale, la marchionale, la ducale, la regale e l’imperiale, e come persone di tale specie dovranno essere evitate ed escluse da ogni umana consolazione.

4 - Estinzione della vacanza delle cariche ecclesiastiche

Coloro i quali pretendono di avere un diritto di patronato (e di nomina delle persone idonee a reggere le chiese cattedrali, comprese le metropolitane, patriarcali, primaziali o anche monasteri ed altri benefici ecclesiastici resisi vacanti a seguito di tali privazioni,affinchè‚ non siano esposti agli inconvenienti di una diuturna vacanza, ma dopo averli strappati alla servitù degli eretici, siano affidati a persone idonee a dirigere fedelmente i popoli nella via della giustizia, dovranno presentare a Noi o al Romano Pontefice allora regnante, queste persone idonee alle necessità di queste chiese, monasteri ed altri benefici, nei limiti di tempo fissati dal diritto o stabiliti da particolari accordi con la Sede, altrimenti, trascorso il termine come sopra prescritto, la libera disposizione, delle chiese e monasteri, o anche dei benefici predetti, sia devoluto di pieno diritto a Noi od al Romano Pontefice suddetto.

5 - Pene per il delitto di favoreggiamento delle eresie.

Inoltre, incorreranno nella sentenza di scomunica «ipso facto», tutti quelli che scientemente si assumeranno la responsabilità d’accogliere e difendere, o favorire coloro che, come già detto, siano colti sul fatto, o confessino o siano convinti in giudizio, oppure diano loro attendibilità o insegnino i loro dogmi; e siano tenuti come infami; né siano ammessi, né possano esserlo con voce, sia di persona, sia per iscritto o a mezzo delegato o di procuratore per cariche pubbliche o private, consigli, o sinodi o concilio generale o provinciale, né conclave di cardinali, né alcuna congregazione di fedeli od elezione di qualcuno, né potranno testimoniare; non saranno intestabili, né chiamati a successione ereditaria, e nessuno sarà tenuto a rispondere ad essi in alcun affare; se poi abbiano la funzione di giudici, le loro sentenze non avranno alcun valore e nessuna causa andrà portata alle loro udienze; se avvocati il loro patrocinio sia totalmente rifiutato; se notai, i rogiti da loro redatti siano senza forza o validità.
Oltre a ciò, siano i chierici privati di tutte e ciascuna delle loro chiese, anche cattedrali, metropolitane, patriarcali e primaziali, delle loro dignità, monasteri, benefici e cariche ecclesiastiche in qualsivoglia modo, come sopra riferito, dalle qualifiche ottenute anche regolarmente, da loro come dai laici, anche se rivestiti, come si è detto, regolarmente delle suddette dignità, siano privati «ipso facto», anche se in possesso regolare, di ogni regno, ducato, dominio, feudo e di ogni bene temporale posseduto; i loro regni, ducati, domini, feudi e gli altri beni di questo tipo, diverranno per diritto, di pubblica proprietà o anche proprietà di quei primi occupanti che siano nella sincerità della fede e nell’unità con la Santa Romana Chiesa sotto la nostra obbedienza o quella dei nostri successori, i Romani Pontefici canonicamente eletti.

6 - Nullità della giurisdizione ordinaria e pontificale in tutti gli eretici.

Aggiungiamo che, se mai dovesse accadere in qualche tempo che un vescovo, anche se agisce in qualità di arcivescovo o di patriarca o primate od un cardinale di Romana Chiesa, come detto, od un legato, oppure lo stesso Romano Pontefice, che prima della sua promozione a cardinale od alla sua elevazione a Romano Pontefice, avesse deviato dalla fede cattolica o fosse caduto in qualche eresia (o fosse incorso in uno scisma o abbia questo suscitato), sia nulla, non valida e senza alcun valore, la sua promozione od elevazione, anche se avvenuta con la concordanza e l’unanime consenso di tutti i cardinali; neppure si potrà dire che essa è convalidata col ricevimento della carica, della consacrazione o del possesso o quasi possesso susseguente del governo e dell’amministrazione, ovvero per l’intronizzazione o adorazione dello stesso Romano Pontefice o per l’obbedienza lui prestata da tutti e per il decorso di qualsiasi durata di tempo nel detto esercizio della sua carica, né essa potrebbe in alcuna sua parte essere ritenuta legittima, e si giudichi aver attribuito od attribuire una facoltà nulla, per amministrare a tali persone promosse come vescovi od arcivescovi o patriarchi o primati od assunte come cardinali o come Romano Pontefice, in cose spirituali o temporali; ma difettino di qualsiasi forza tutte e ciascuna di qualsivoglia loro parola, azione, opera di amministrazione o ad esse conseguenti, non possano conferire nessuna fermezza di diritto, e le persone stesse che fossero state così promosse od elevate, siano per il fatto stesso e senza bisogno di una ulteriore dichiarazione, private di ogni dignità, posto, onore, titolo, autorità, carica e potere.

7 - La liceità delle persone subordinate di recedere impunemente dall’obbedienza e devozione alle autorità deviate dalla fede.

E sia lecito a tutte ed a ciascuna delle persone subordinate a coloro che siano stati in tal modo promossi od elevati, ove non abbiano precedentemente deviato dalla fede, né siano state eretiche e non siano incorse in uno scisma o questo abbiano provocato o commesso, e tanto ai chierici secolari e regolari così come ai laici come pure ai cardinali, compresi quelli che avessero partecipato all’elezione di un Pontefice che in precedenza aveva deviato dalla fede o fosse eretico o scismatico o avesse aderito ad altre dottrine, anche se gli avessero prestato obbedienza e lo avessero adorato e così pure  ai castellani, ai prefetti, ai capitani e funzionari, compresi quelli della nostra alma Urbe e di tutto lo Stato Ecclesiastico, anche quelli obbligati e vincolati a coloro così promossi od elevati per vassallaggio o giuramento o per cauzione, sia lecito ritenersi in qualsiasi tempo ed impunemente liberati dalla obbedienza e devozione verso quelli in tal modo promossi ed elevati, evitandoli quali maghi, pagani, pubblicani ed eresiarchi, fermo tuttavia da parte di queste medesime persone sottoposte, l’obbligo di fedeltà e di obbedienza da prestarsi ai futuri vescovi, arcivescovi, patriarchi, primati, cardinali e Romano Pontefice canonicamente subentranti [ai deviati].
Ed a maggior confusione di quelli in tale modo promossi ed elevati, ove pretendano di continuare l’amministrazione, sia lecito richiedere l’aiuto del braccio secolare, né per questo, coloro che si sottraggono alla fedeltà ed all’obbedienza verso quelli che fossero stati nel modo già detto promossi ed elevati, siano soggetti ad alcuna di quelle censure e punizioni comminate a quanti vorrebbero scindere la tunica del Signore.

8 - Permanenza dei documenti precedenti e deroga dei contrari

Non ostano all’applicabilità di queste disposizioni, le costituzioni ed ordinamenti apostolici, né i privilegi, gli indulti e le lettere apostoliche dirette ai vescovi, arcivescovi, patriarchi, primati e cardinali, né qualsiasi altro disposto di qualunque tenore e forma e con qualsivoglia clausola e neppure i decreti anche se emanati «motu proprio» e con scienza certa nella pienezza della potestà Apostolica, o promulgati concistorialmente od in qualsiasi altro modo e reiteratamente approvati e rinnovati od inseriti nel «corpusiuris», né qualsivoglia capitolo di conclave, anche se corroborati da giuramento o dalla conferma apostolica o rinforzate in qualsiasi altro modo, compreso il giuramento da parte del medesimo.
Tenute presenti tutte le risoluzioni sopra precisate, esse debbono aversi come inserite, parola per parola, in quelle che dovranno restare in vigore, mentre per la presente deroghiamo tutte le altre disposizioni ad esse contrarie, soltanto in modo speciale ed espresso.

9 - Mandato di pubblicazione solenne

Affinché‚ pervenga notizia delle presenti lettere a coloro che ne hanno interesse, vogliamo che esse, od una loro copia (che dovrà essere autenticata mediante sottoscrizione di un pubblico notaio e l’apposizione del sigillo di persona investita di dignità ecclesiastica), siano pubblicate ed affisse sulle porte della Basilica del Principe degli Apostoli in Roma e della Cancelleria Apostolica e messe all’angolo del Campo dei Fiori da uno dei nostri corrieri; e che copia di esse sia lasciata affissa nello stesso luogo, e che l’ordine di pubblicazione, di affissione e di lasciare affisse le copie sia sufficiente allo scopo e sia pertanto solenne e legittima la pubblicazione, senza che si debba richiedere o aspettare altra.

10 - Illiceità degli Atti contrari e sanzioni penali e divine

Pertanto, a nessun uomo sia lecito infrangere questo foglio di nostra approvazione, innovazione, sanzione, statuto, derogazione, volontà e decreto, né contraddirlo con temeraria audacia.
Che se qualcuno avesse la presunzione d’attentarvisi, sappia che incorrerà nello sdegno di Dio Onnipotente e dei suoi Beati Apostoli Pietro e Paolo.

Data a Roma, in San Pietro, nell’anno 1559 dall’Incarnazione del Signore, il giorno 15 marzo, IV anno del Nostro Pontificato.

† Io Paolo
Vescovo della Chiesa Cattolica


† Io Giovanni Bellaio, Vescovo d’Ostia
† Io R. Card. di Carpo, Vescovo di Porto e Santa Ruffina
† Io F. Card. Pisano, Vescovo di Tuscolo
† Io Fed. Card. Cesio, Vescovo di Palestrina
† Io P. Card. Vescovo di Albano
† Io R. Card. di Sant’Angelo Penitenziere Maggiore
† Io T. Card. Crispo
† Io Fulvio Card. di Perugia
† Io Michele Card. Saraceno
† Io Giovanni Card. di San Vitale
† Io Giovanni Card. Pozzo
† Io Gerolamo, Card. di Imola
† Io B. Card. di Trani
† Io Diomede, Card. d’Ariano
† Io Scipione, Card. di Pisa
† Io  Card. Reumano
† Io Antonio, Card. di San Pancrazio
† Io Taddeo, Card. Gaddo
† Io Virgilio Card. di Spoleto
† Io F. Michele Card. Alessandrino
† Io Clemente Moniliano, Card. di Santa Maria in Ara Coeli
† Io G. Asc., Diacono Card. Camerario (Camerlengo)
† Io N., Card. di Sermoneta
† Io Giacomo Card. Sabello
† Io Gerolamo, Card. di San Giorgio
† Io Innocenzo, Card. del Monte
† Io Luigi, Card. Cornelio
† Io Carlo, Card. Carafa
† Io Alfonso, Card. di Napoli
† Io Vitellio, Card. Vitelli
† Io Giovanni Battista, Card. consigliere.

mercoledì 5 settembre 2012


PREGHIERA AL SANTISSIMO SACRAMENTO


La presente preghiera la si recita davanti all’esposizione del Santissimo Sacramento o nell’Adorazione Eucaristica, ogni qual volta si va a far visita in chiesa.


Signore mio, Gesù Cristo, ami tanto gli uomini che rimani, notte e giorno, pieno di tenerezza e d'amore nel Sacramento Eucaristico, aspettando, chiamando ed accogliendo tutti coloro che vengono a visitarTi.
Io credo che sei Presente nell'Eucaristia.
Ti adoro dall'abisso del mio niente e Ti ringrazio delle Grazie che mi hai elargito, specialmente di essere venuto in me, di avermi dato come Avvocata la tua Santissima Madre Maria e di avermi chiamato in questa chiesa.
Oggi, voglio venerare il tuo Cuore tanto innamorato delle creature, per ringraziarti del grande Dono Eucaristico, per consolarTi di tutte le ingiurie che hai ricevuto in questo Sacramento dai tuoi nemici e, come ultimo motivo del mio saluto, con questa visita intendo adorarTi in tutti i luoghi della Terra, dove Tu, nelle sembianze del Pane Santo, sei meno adorato e più solo.
Gesù mio, Ti amo con tutto il cuore e mi pento di aver offeso tante volte, in passato, la tua Bontà infinita.
Propongo, con la tua Grazia, di non offenderTi più e, per ora, miserabile come sono, mi consacro totalmente a Te: rinuncio e Ti dono tutta la mia volontà, gli affetti, i desideri e quanto possiedo.
Da oggi in poi, fa’ di me e delle mie cose tutto quello che Ti piace; Ti chiedo soltanto di concedermi il tuo santo Amore, la perseveranza finale e l'obbedienza perfetta alla tua Volontà.
Ti raccomando le Anime del Purgatorio, specialmente le più devote al Santissimo Sacramento e a Maria Santissima.
Ti raccomando i poveri peccatori e, infine, mio caro Salvatore, unisco tutti i miei desideri a quelli del tuo amorevolissimo Cuore e, così uniti, li offro all'Eterno Padre e Lo prego in tuo Nome affinché, per tuo Amore, li accetti e li esaudisca.

Sant’Alfonso Maria de’ Liguori



martedì 4 settembre 2012

Una tattica nel combattimento

Una visione. 
Una tattica nel combattimento

San Smeraldo Abate, a proposito di ten­tazioni, racconta un fatto. Dice che un san­to monaco vide una volta due demoni, che stavano ragionando tra loro. 

Uno domandò: - Come te la passi col tuo monaco? 

- Molto bene, perché gli presento alla mente un cattivo pensiero ed egli si ferma a rimirarlo. Dopo torna a fare riflessione: co­me andò quel pensiero, se vi si trattenne, se vi ebbe qualche colpa, se gli fece resi­stenza, donde ebbe origine, se vi diede occa­sione, se fece tutto ciò che poteva per resiste­re. In tal modo gli faccio sprecare il tempo. 

Rispose l'altro demonio: 

- A me non succede così! Il mio mo­naco è furbo. Appena gli presento un cat­tivo pensiero, rivolge subito la mente ad al­tro, ovvero si leva da sedere e dà mano a qualche occupazione. Per quanto io faccia, non riesco a vincerlo -. 


Il Signore avrà permesso questa visione affinché serva d'insegnamento alle anime tentate, specialmente contro la purezza.